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Zero UI e Branding oltre i pixel

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Ida Di Bernardo
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Da decenni ormai siamo abituati a interagire con computer e dispositivi mobili tramite interfacce e, principalmente, schermi. Ma sarà sempre così? Qualcosa sta già cambiando…

Zero UI, è un’espressione, sempre più popolare, coniata per la prima volta dal designer Andy Goodman, VP Experience Design della BCG Digital Ventures.

È essenzialmente un termine “Catch all” per indicare le esperienze senza schermo. Fra queste quelle basate sull’utilizzo della voce, come Amazon Alexa, e sul movimento, come Magic Leap. Sono tecnologie che non contemplano un’interfaccia nel senso tradizionale, ma che prevedono che i computer rispondano al linguaggio umano e al linguaggio del corpo.

Sebbene Goodman sia convinto che gli schermi smetteranno di essere il mezzo principale con cui interagire con i dispositivi che ci circondano è il primo ad ammettere che il termine Zero UI non va preso alla lettera. Piuttosto può essere inteso come provocazione. Le interfacce utente esisteranno sempre, scrive, anche se in un’altra forma. Ciò che cambierà sarà la convinzione che, per ogni scambio fra uomo e computer, si debba per forza passare da uno schermo.

Mentre i progettisti di interfacce utilizzano sempre di più strumenti come Sketch e Adobe Illustrator, i problemi di progettazione non lineare delle interfacce, ascrivibili alla Zero Ui, richiedono strumenti e abilità molto diverse. Nasce così la necessità di creare un nuovo set di strumenti, metodi e capacità che estendano le proprie vedute progettuali, mentre affrontiamo interazioni che coinvolgono gesti, tatto, suoni e pensieri e che si svolgono su tele che abbiamo appena iniziato a esplorare.

“Potremmo dover progettare in ottica di database, o tabelle di ricerca o fogli di calcolo”, afferma Goodman, spiegando che i dati, e non l’intuizione, diventeranno il bene più prezioso di un designer. “I progettisti dovranno diventare esperti in scienza, biologia e psicologia per creare questi dispositivi (…) Tutte cose a cui non dobbiamo pensare quando i nostri progetti sono limitati agli schermi”.

 

L’UI zero, come detto, non sarà in realtà uno zero completo: avremo ancora gli schermi principali o dei televisori nelle nostre case. Ma faranno parte di un ecosistema, un mondo vivente di dispositivi interconnessi che, costantemente, monitorano e anticipano il nostro comportamento, le nostre selezioni, le nostre emozioni e i nostri stati d’animo. Questi schermi avranno nuove forme di input e controllo, di scoperta e navigazione. Impareranno cosa ci piace. Si adegueranno a noi.

Se ci si sposta in un mondo di interfacce frammentarie e meno percepibili, cambia anche il modo di definire e affrontare il branding. Per le aziende e per i loro marchi, con l’avvento dei social network, è già è stato introdotto e portato avanti un intenso lavoro di identificazione e posizionamento dettato da queste piattaforme. Si aprirà ora un nuovo capitolo in cui sarà necessario insistere e lavorare in maniera nuova su personalità, sulla coerenza dei touchpoint, ma anche delle azioni. Come società, ma anche come singole persone.

L’interfaccia utente zero consentirà ai marchi di costruire un rapporto più diretto con i consumatori, basato sulle montagne di dati che raccoglieranno ogni giorno. Questi dati saranno di proprietà dei colossi hi-tech che investono tutti attivamente nella tecnologia che li alimenta: Amazon, Google, Apple, Microsoft, Facebook.

 

Il brand assumerà altre forme, in particolare:

  • Voce. Il tono di voce, il timbro, la cadenza della voce di un assistente vocale: dovranno essere tutti progettati tanto quanto il logo dell’azienda, i colori dei marchi o i pattern di interazione basati su schermo utilizzati nei propri siti e app. Le esperienze che progettiamo si stanno espandendo rapidamente ai canali vocali e dobbiamo essere sicuri che provengano dalla stessa marca.
  • Personalità. Con la crescita dei chatbot e altre interfacce testuali, le parole scelte da un marchio hanno un enorme impatto sul modo in cui le persone percepiscono e interagiscono con l’azienda. Il concetto di tono di voce si è espanso fino a includere altri aspetti del comportamento e della personalità di un marchio, dalle battute agli emoji che utilizza.
  • Azione. Quando Airbnb ha rimosso gli utenti dalla sua piattaforma che sembrano essere connessi con una manifestazione di nazionalisti bianchi a Charlottesville, le persone hanno ammirato di più il marchio. Le azioni intraprese dai marchi dovranno essere coerenti e consistenti con ciò in cui il marchio crede e con la sua missione nel mondo.

 

Come progettisti di esperienze guardiamo spesso all’ecosistema del marchio in modo olistico, per garantire che gli utenti possano transitare senza attrito da un canale all’altro. Per creare un’esperienza coerente e coinvolgente sarà ancor più necessario coinvolgere tutte le figure professionali che si occupano di definire le strategie di brand, servizi e prodotti, come i responsabili marketing e gli esperti tecnologici.

Come Antreem siamo convinti che solo un approccio integrato potrà guidare la strategia aziendale. Questo tipo di approccio si ottiene utilizzando diverse nozioni e intuizioni provenienti dai metodi di progettazione e dai sistemi computazionali che monitorano, anticipano e si adattano ai desideri delle persone. In questo modo si potrà modellare lo sviluppo di prodotti, servizi e processi sin dalle prime fasi di lavoro, consentendo l’innovazione basata su una comprensione avanzata delle esigenze degli utenti e del mercato.

Ida Di Bernardo
Scritto da
Ida Di Bernardo
User Experience e Service Designer. Ha un particolare interesse per l'intelligenza artificiale, le interfacce vocali e il design strategico. Ida guida i progetti lungo il nostro processo di design, in cui la ricerca con gli utenti è al centro. Quando non lavora ogni momento è buono per viaggiare o per cimentarsi in cucina per i cari e gli amici.